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Storie e Leggende
Leggende e territori > Castel Doria
 

LEGGENDA DI CASTEL DORIA
Castelsardo

 

 


 

La dama acconsentì: la maga allora la pose in corrispondenza col demonio, e il demonio, in cambio della nobile anima sua, le diede In potenza di trasformarsi, di fare dei malefizi e delle stregonerie.

Invasa dallo spirito infernale la innamorata dama tentò ancora, in ogni modo, di procacciarsi l'amore d'Andrea Doria: ma San Giovanni preservava il cavaliere dagli amori colpevoli, e vane riuscirono quindi le ultime lusinghe di lei. Allora l'amore si trasformò in odio e la dama si diede tutta al male e alla perversità. Un giorno fece cambiare il suo volto in quello di una vecchia, si vestì da maga e si introdusse nel sotterraneo che conduceva dal castello alla chiesa.

E mentre Doria, con qualche cavaliero di seguito, si recava alla santa messa, la maga lo fermò e gli disse:

«Nobile Messere, mi ha mandato a te San Giovanni di Viddacuia, per dirti; bada, ti sovrasta una grande disgrazia! Il giorno che vedrai 1 campi del Coghinas ricoperti di cavalli e cavalieri verdi, quel giorno il tuo castello sarà espugnato e tu con la tua corte sarete ap­piccati per la gola su gli spalti di Castel Doria!...».

Ciò detto sparì! Non è a dire quale stupore e qual vaga paura in­vadesse l'animo dei cavalieri a tale arcana profezia. Andrea Doria, specialmente, fu colto da una grande melanconia, ma si fece animo, fortificò il castello e attese, sicuro di non lasciarsi vincere. Per ogni caso mandò le chiavi del sotterraneo, che racchiudeva i tesori, ad una sua sorella abitante in Genova, e, fidente in Dio e in San Gio­vanni, aspettò.

La perfida donna, intanto, lavorava lavorava... Venuto il mese di maggio, allorché i campi del Coghinas erano coperti di asfodelo e di fieno altissimo, ella compì la sua magia. In una notte trasformò tutti i fusti dell'asfodelo e i flessuosi gambi del fieno fresco in tanti cavalli verdi, montati da guerrieri armati di scudi e di lancie verdi, vestiti da tuniche e da corazze verdi! Quando all'alba Andrea Doria scese sui bastioni per aspirare la fresca brezza dell'aurora floreale, impallidì mortalmente.

Egli vedeva!... Vedeva il suo castello assediato da quell'armata verde, immensa, che si perdeva nell'orizzonte, e sentiva che fra poco questo immane e misterioso nemico, venuto all'improvviso da terre ignote - senza che i messi e gli araldi spediti in tutte le corti italiane e straniere perché lo avvisassero se mai qualche esercito si muoveva, avessero dato nessun allarme -, avrebbe invaso e debel­lato il suo forte.

E la terribile profezia della maga gli tornava al pensiero: Sarai ap­piccato per la gola su gli spalti di Castel Doria!...

Mai! Mai! Mai! Prima sarebbe morto di mano sua! E infatti, vista la verde armata avanzarsi sempre più numerosa e minacciosa, il prode Doria si precipitò dal bastione e morì sfracellato sulle rocce sottostanti! Lui morto l'esercito verde sparì, e tornò l'asfodelo e tornò il fieno nei campi del Coghinas. E nella fresca serenità della azzurra mattina echeggiò un riso diabolico, un triste riso di anima dannata. Era la dama-maga che dall'alto del suo ballatoio aveva ve­duto compiersi la vendetta!...

Saputa la morte del fratello, la sorella di Genova, che conservava le chiavi dei tesori e della zecca, si imbarcò per la Sardegna, onde aprire i sotterranei e trasportare i tesori al Continente, ma in mare fu colta da una terribile malattia.

Prevedendo la sua morte si fece trasportare in coperta e all'entrare in agonia gettò le chiavi in mare, con gli occhi morenti fissi nella fatale e affascinante isola lontana ove dormiva l'ultimo sonno il suo beneamato e infelice fratello.

Anch'essa morì: sepolta nelle tombe di smeraldo del Mediterraneo, nessuno seppe più aprire la Conca di la muneta, e i tesori dei Doria splendono ancora laggiù, nell'ombra del sotterraneo...

Molti anni dopo la morte di Andrea, un pecoraio, passando una notte vicino a Castel Doria, vide sulla muraglia del bastione una porta illuminata. Entrò e vide uno splendido negozio, immenso, ri­pieno di tutti i generi che si possano immaginare: stoffe, tele, broc­cati, chincaglierie, mobili meravigliosi, fiori, marmi, dolci, cristalli, perle ed oro.

D'oro c'erano anche grandi statue e lampade accese, e una bellis­sima donna, vestita di veli bianchi e piena di gioielli, stava dietro il banco di alabastro. «Piddani e lassarnni», disse ella al pecoraio, con un dolce sorriso, additandogli ogni cosa. Ma quell'imbecille, ricordandosi che aveva molto bisogno di biancheria, non prese che una pezza di tela e se ne andò. Tornò subito da sua madre e dai suoi fratelli e raccontò la sua avventura.

L'intera famiglia si avviò la stessa notte a Castel Doria: videro da lontano l'intensa luce della muraglia, ma a misura che si avvicinavano la luce sparì. Arrivati ai piedi del castello videro solo la muraglia nera e triste nella notte scialba e silenziosa!

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Immagini e text editing: SP

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Tratto da: 
Leggende di G.Deledda,
pubblicate su Natura e Arte, 1894 
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